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PRIMA SQUADRA

Spalletti: “Juventus è eccellenza. Abbiamo creato la ‘Weston Zone’, che crescita Douglas. Yildiz è un leader. Zhegrova può diventare un top”

Seconda parte dell’intervista di Spalletti a Tuttosport: il tecnico parla di Yildiz, McKennie, Zhegrova, Alajbegovic e mentalità Juventus.

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Luciano Spalletti torna a parlare della sua Juventus. Dopo la prima parte pubblicata nei giorni scorsi, Tuttosport ha diffuso oggi la seconda parte della lunga intervista concessa dall’allenatore bianconero.

Un intervento nel quale Spalletti affronta diversi temi: la pressione di allenare la Juventus, il significato di vincere a Torino, il rapporto con i tifosi, il lavoro con i giocatori e le caratteristiche di alcuni dei suoi uomini, da Weston McKennie a Kenan Yildiz, passando per Alajbegovic e Zhegrova.

Il tecnico parla anche del suo futuro, di Giovanni Carnevali, del calcio italiano e della nuova interpretazione del ruolo dei giocatori.

Spalletti: “Alla Juve devi imparare a usare la pressione”

Il punto di partenza è la mentalità richiesta dalla Juventus. Per Spalletti, vestire e rappresentare il club significa prima di tutto saper gestire una pressione che non deve essere considerata un peso, ma un privilegio.

“Qui prima di tutto devi imparare ad usare la pressione. Ed è un privilegio che appartiene solo a chi ha questa storia da onorare. La Juve non ti dà diritti e si misura in ciò che sei disposto a dare ogni giorno. Nel calcio puoi vincere con un solo tiro in porta, ma è impossibile conquistarsi la stima dei tifosi senza meritarla. Noi dovremo essere all’altezza, rendere la gente orgogliosa di noi: distruggiamo il campo e consumiamo il pallone, poi vedremo dove ci porterà questa attitudine”.

Un messaggio chiaro, che racchiude la filosofia dell’allenatore: la vittoria resta l’obiettivo, ma deve essere accompagnata da un atteggiamento capace di conquistare la gente.

Spalletti e il futuro: “Non sto programmando quando smettere”

Il tecnico bianconero ha parlato anche della possibilità di chiudere la propria carriera dopo aver vinto qualcosa di importante con la Juventus.

“Chi ha fatto un percorso come il mio capirà quando dovrà smettere: è un momento che si presenterà in maniera chiara davanti ai miei occhi. Non è una fase che sto programmando”.

Spalletti non ha dunque fissato una data per il proprio addio al calcio. Sarà il momento stesso, secondo le sue parole, a indicargli quando sarà arrivato il momento di fermarsi.

Il rapporto con i tifosi: “Cinque minuti da dedicare a tutti”

Particolare anche l’iniziativa voluta dall’allenatore per avvicinare maggiormente la squadra ai sostenitori.

“Abbiamo messo una regolina quest’anno: cinque minuti i giocatori li devono dedicare a tutti quando arriviamo negli alberghi delle varie città. Dobbiamo avvicinare le persone a noi”.

Un piccolo gesto, ma significativo per Spalletti, che considera il rapporto tra la Juventus e il suo pubblico una componente fondamentale del percorso.

La Juve dello scorso anno e il paragone con il Napoli

Spalletti è tornato anche sulla Juventus della passata stagione e sul momento in cui, secondo lui, la squadra sembrava aver trovato la propria identità.

“Sì, avevamo risolto il quesito fondamentale di chi fossimo veramente. Ma ci sono successi tre/quattro episodi che hanno interrotto il ritmo, come dei falli tattici subiti”.

E proprio alla fine dello scorso campionato individua uno dei principali rimpianti:

“Non aver mantenuto il livello altissimo di gioco espresso per quasi tutta la stagione: ci è costata la Champions”.

Carnevali: “Mi basta sapere che è competente e affidabile”

Spalletti ha poi parlato del rapporto con Giovanni Carnevali e con gli altri uomini dell’area dirigenziale.

“Ci legano professionalità, amicizia e abbracci. I direttori, compresi Massara e Ottolini, sono competenti e affidabili. Mi basta questo per stare bene”.

Parole che testimoniano il rapporto positivo tra l’allenatore e la nuova struttura societaria della Juventus.

McKennie, la “Weston Zone” e l’universalità

Uno dei passaggi più curiosi dell’intervista riguarda Weston McKennie. Spalletti ha spiegato come il centrocampista americano sia diventato un giocatore particolarmente prezioso proprio grazie alla sua capacità di occupare diverse zone del campo.

“Per lui abbiamo creato la “Weston Zone”, lui conosce ogni angolo del campo. Già dentro i video che andiamo a comporre raccontano molto del suo carattere, della sua personalità. È una persona bella e viva, ti si mostra da solo. Lui ti dice: “Io sono fatto così”. È un grande uomo che sa fare tantissime cose. È mediano, centrocampista, trequartista, gioca dove gli pare. Wes ha lo zaino pieno di medaglie da distribuire a chi l’ha allenato e a chi lo allenerà. L’universalità è la nuova specializzazione nel calcio: conoscere tutto il campo è un obbligo ormai. Anche Simone Perrotta era molto simile per come sapeva adattarsi alle situazioni tattiche di squadra: era un cavallino che trovavi sempre in movimento”.

Alla domanda su chi sia cresciuto maggiormente sotto la sua guida rispetto al momento in cui lo aveva conosciuto, Spalletti ha indicato Douglas Luiz:

“Rispetto al momento in cui l’ho conosciuto certamente Douglas Luiz”.

Alajbegovic e Zhegrova: “Può diventare un top”

Spalletti ha poi individuato due giocatori che possono ancora sorprendere.

“Alajbegovic è uno che può veramente stupire. Dobbiamo riuscire a creargli un contesto più familiare e tranquillo, così potrà crescere più velocemente. Si deve creare una relazione forte tra la squadra e le potenzialità dei singoli giocatori. Ma se solo si completasse ancora un po’ vedrete Zhegrova: può diventare un top”.

Il tecnico chiede dunque tempo e un ambiente favorevole per Alajbegovic, mentre vede in Zhegrova un potenziale ancora tutto da sviluppare.

Spalletti e gli arbitri: “Si sta facendo un lavoro eccezionale”

Il tecnico ha espresso anche il proprio punto di vista sulla direzione arbitrale e sull’evoluzione del calcio italiano.

“Sì, perché ha stanato i simulatori e gli speculatori dei tempi morti. In questo il Var negli anni ha dato una mano, sono ancora favorevole. Il calcio italiano sta scoprendo che giocando di più è diventato improvvisamente più intenso di quanto credesse. Si gioca di più e le partite stanno diventando mentalmente e fisicamente più impegnative. Bene così: meno proteste, meno discussioni, meno simulazioni. Forse non eravamo lenti, ci stiamo avvicinando al modo di giocare in Champions League nella maniera più facile. In questa stagione, lo posso già dire adesso, si sta facendo un lavoro eccezionale”.

Il destino della Juventus: “Ci stiamo attrezzando”

La conclusione della seconda parte dell’intervista è dedicata al futuro del club.

“Sicuramente di uomini forti. Per i destini forti ci stiamo attrezzando e lavorando, non abbiamo altre scappatoie. La zona di conforto è avere un destino di alto livello”.

Parole che riassumono l’ambizione di Spalletti: costruire una Juventus capace di puntare a obiettivi importanti attraverso il lavoro quotidiano e la crescita degli uomini a disposizione.

Il recap della prima parte dell’intervista

Nella prima parte dell’intervista a Tuttosport, Spalletti aveva raccontato soprattutto il significato di allenare la Juventus e le responsabilità legate a una realtà così importante.

Il tecnico aveva spiegato di non vivere la sua esperienza bianconera come una semplice nuova tappa professionale, sottolineando come alla Juventus si alleni soprattutto una mentalità. “Alla Juve alleni invece una mentalità: è la storia del calcio”, aveva spiegato, definendo il club sinonimo di “eccellenza calcistica”.

Spalletti aveva inoltre parlato della felicità provata nell’accettare la sfida bianconera e della scelta di partire con un contratto iniziale di un anno, spiegando che alla base c’erano la fiducia nella squadra, quella in se stesso e il peso della storia juventina.

Un passaggio importante era stato dedicato anche a John Elkann, descritto come una persona dalla particolare semplicità e capace di creare immediatamente un rapporto con chi ha di fronte.

Sul nuovo corso societario, Spalletti aveva riconosciuto l’esistenza di un cambiamento legato ai nuovi vertici, sottolineando però la continuità della proprietà e la necessità di avere tempo per completare il percorso di ricostruzione.

L’allenatore aveva poi ricordato Gianluca Vialli come modello di uomo Juventus e indicato Marcello Lippi e Giovanni Trapattoni tra gli allenatori bianconeri ai quali si ispira.

Molto spazio era stato dedicato anche alla sua filosofia personale. Spalletti aveva spiegato di essere sempre stato il primo critico di se stesso e aveva parlato della capacità di accettare anche il disprezzo come parte del mestiere: secondo il tecnico, sapere che non si può piacere a tutti rende più liberi di essere se stessi.

Sul lavoro con i giocatori aveva citato, tra gli altri, Pizarro, Lobotka, Kvaratskhelia, Salah e Cancelo, spiegando come in alcuni casi l’allenatore possa contribuire a far ritrovare al calciatore la consapevolezza delle proprie qualità.

Aveva inoltre commentato l’aumento di capitale della Juventus, definendolo un ulteriore elemento di responsabilità e sottolineando come la proprietà sia intervenuta per garantire stabilità al club.

Tra i giocatori bianconeri, Spalletti aveva parlato di Dusan Vlahovic, spiegando che il serbo deve ancora trovare il giusto equilibrio personale, e soprattutto di Kenan Yildiz.

Sul talento turco il tecnico aveva utilizzato parole particolarmente significative, descrivendolo come un giocatore capace di “rompere il sistema” grazie a una creatività imprevedibile. Il paragone era stato con Kvaratskhelia, per la capacità di uscire dai tempi di gioco e creare situazioni inattese.

Infine, alla domanda se Yildiz fosse già un leader, Spalletti aveva risposto senza esitazioni:

“Sì, gli riconosco lo scettro”.

Un’investitura importante per il talento bianconero, che nelle parole dell’allenatore rappresenta già una figura capace di trascinare i compagni anche senza la necessità di parlare continuamente alla squadra.

Le due parti dell’intervista restituiscono quindi il ritratto di una Juventus che Spalletti vuole costruire sulla mentalità, sul lavoro e sulla capacità di sopportare la pressione. L’obiettivo resta quello di riportare il club ai livelli che la sua storia impone, attraverso una squadra capace di far sentire orgogliosi i propri tifosi.

Fonte: Tuttosport.

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